Il cortisone è uno dei farmaci più noti e accessibili a nostra disposizione.

Ha una potente azione antiinfiammatoria e il suo utilizzo nelle patologie allergiche è stato convalidato già  dagli anni 50 del secolo scorso.

La sua efficacia è talmente riconosciuta che in moltissime case degli italiani è presente nel cassetto dei farmaci.

Se da un lato però si tratta di un’arma efficacissima, dall’altro, il suo utilizzo non è privo di effetti collaterali anche molto importanti.

Gli effetti collaterali coinvolgono quasi tutto l’organismo e vanno dall’aumento della glicemia, all’osteoporosi, alla gastrite, alla cataratta, all’ipertensione solo per citare i più comuni e i più noti.

Da questo ne deriva che il suo utilizzo deve essere sempre consigliato e monitorato da un medico che abbia “confidenza” con questo farmaco.

E’ il classico farmaco che non deve assolutamente far parte dei farmaci di automedicazione, ma deve essere prescritto nel dosaggio giusto e per il tempo necessario ad esplicare la sua efficace e potente azione.

In ambito allergologico si devono studiare molte strategie terapeutiche per evitarne quando è possibile l’utilizzo.

Oltre alle classiche terapie farmacologiche con antistaminici e antileucotrienici, la terapia desensibilizzante specifica quando è possibile effettuarla (e questo va giudicato solo da un allergologo) è una terapia riconosciuta per essere in grado di risparmiare molto utilizzo di cortisone.

Negli anni più recenti poi sono stati introdotti in commercio farmaci molto mirati (chiamati farmaci biologici) in grado di contrastare in modo molto specifico (non generico come nel caso del cortisone) i mediatori biochimici che volgono nell’allergico una azione pro-infiammatoria.Si tratta di farmaci molto costosi e attualmente utilizzabili solo in casi molto particolari ma la loro diffusione sta aprendo la strada a nuovi approcci molto personalizzati nella cura del paziente allergico.

Nell’ambito dell’allergia alimentare distinguiamo solitamente sintomi locali ovvero prurito al palato e alla mucosa orale con spesso vescicolazione e aftosi buccale, e sintomi sistemici che coinvolgono tutto l’organismo come l’anafilassi. 

I sintomi locali sono spesso legati alla reattività crociata polline-alimento (alimenti vegetali che hanno allergeni in comune con i pollini per esempio il melone negli allergici alle graminacee o la mela negli allergici alle betulle) e colpisce fino al 60% dei pazienti con allergia ai pollini. Le reazioni sistemiche ovviamente molto più gravi e pericolose colpiscono circa il 2% ella popolazione. Un recente studio pubblicato nel 2019 sulla prestigiosa rivista JAMA (Prevalence and Severity of Food Allergies Among US Adults) condotto su oltre 40.000 adulti evidenzia come i sintomi sistemici gravi di allergia alimentare possano colpire fino al 10,8% della popolazione americana. In questo studio gli alimenti maggiormente coinvolti erano rispettivamente i crostacei e i molluschi, le arachidi, il latte, altri frutti a guscio (noci, mandorle, noce brasiliana ecc.) e il pesce. Il più frequente ricorso alle cure del pronto soccorso avveniva per gli allergici al sesamo, allergene, a differenza di altri di difficile “riconoscimento” negli alimenti.

Esiste una grande variabilità individuale nella percezione dei sintomi dell’asma.

Esistono pazienti che con una minima riduzione del flusso aereo avvertono una grave sensazione di difficoltà di respiro e pazienti, viceversa, che devono arrivare ad una marcata riduzione dei flussi espiratori per capire che la loro asma si sta aggravando. Questa ultima tipologia di pazienti è soggetta ad un grave rischio clinico. Mi è capitato di osservare, anche in giovani pazienti, riduzione dei volumi e dei flussi espiratori del 50% rispetto ai valori normali mentre  sostenevano che la loro asma in quel momento, era sotto controllo. Si tratta di  pazienti con elevato rischio di morte per asma. Altre volte ci si imbatte in pazienti che fanno un uso elevato di broncodilatatori sebbene i “valori” del loro respiro siano pressoché normali.

L’esecuzione della spirometria diventa dirimente nel quantificare la gravità dell’asma, nel rendere consapevole il paziente e il monitoraggio dei valori della spirometria nel tempo permette di aggiustare la terapia nel miglior modo possibile.

Nell’ambito della “cura” uno dei problemi maggiori è l’aderenza del paziente alla terapia. Molti pazienti riducono o sospendono le terapie per i più disparati motivi (il più delle volte senza motivo) rendendo inefficaci le cure. Nel dicembre 2019 ho rivalutato la casistica dei pazienti allergici agli imenotteri in immunoterapia desensibilizzante specifica  dal 2014 al 2019. I risultati sono stati molto interessanti.

Su 120 pazienti in terapia desensibilizzante, 41 pazienti erano stati ripunti. Alla ripuntura l’88% dei pazienti è risultato completamente protetto, senza manifestare nessuna reazione allergica. Altro dato veramente peculiare è stato quello dell’aderenza alla terapia perché a distanza di 5 anni nessun paziente aveva abbandonato la terapia.

Questo dato, unico nel suo genere (non esiste aderenza alla terapia nel 100% dei casi in nessun campo della medicina che io sappia), è dovuto al particolare vissuto del paziente (la reazione è stata tale da preoccupare, giustamente, molto l’interessato), ma anche alla grande efficacia sul campo della terapia e non da ultimo al particolare rapporto che si instaura tra medico e paziente nei regolari incontri per la somministrazione del preparato immunoterapico “vaccino”.